S. Tommaso d’Aquino

San Tommaso d’Aquino o della gentilezza italiana

tommaso 60 attribuito a Botticelli 1481

Fra Tommaso – scrive il biografo ufficiale per la Causa di canonizzazione, Guglielmo di Tocco – era di alta statura e di belle proporzioni di membra, i capelli aveva di color biondo e il volto abbronzato dal sole. La linea sottile della bocca tradiva bontà e fermezza insieme, gli occhi mostravano chiarezza e calma pene­trante. Questi occhi riflessivi e scrutatori son davvero la caratte­ristica delle antiche raffigurazioni di S. Tommaso: completamente astratti dal mondo circostante, sembrano fissare uno scopo lon­tano aleggiante allo spirito contemplante, non però come perduti dietro un sogno, ma interamente sollevati nell’ardore di una Verità folgorante. Tommaso è preso da una particolare difficoltà, riflette su un determinato mistero., ed ecco lampeggiare vittoriosa nel suo spirito la luce della nuova conoscenza. Ancora un momento, e quella bocca silenziosa si aprirà e ci comunicherà il tesoro trovato, o la sua mano leggermente alzata scriverà nel volume aperto la nuova intuizione.

Aveva il Santo complessione sensibile e delicata, molto recet­tiva alla gioia e al dolore, e una rara esperienza della vita. Guglielmo di Tocco osserva con ragione che a questa «tenerrima complexio» era dovuta la sua memoria portentosa, gli slanci bellissimi della sua fantasia, il dono delle combinazioni improvvise, e quella ric­chezza esuberante d’intima vita che ammiriamo soprattutto nelle sue poesie liturgiche. Questa finezza e sensibilità spirituale lo alli­neano con le anime privilegiate di Francesco d’Assisi, Raffaello, Mozart, Goethe, e coi potenti spiriti di Eckehart, Dante, Miche­langelo, Beethoven (Stakemeier).

La fine struttura dell’anima s’accompagnava in lui a un coraggio virile, scevro di sentimentalismo e di vanità personale, e l’irremo­vibile e fredda decisione che si palesava proprio davanti al peri­colo: come quando sulla nave che lo portava in Francia, scatenatasi una furibonda tempesta e trovandosi tutti sul punto di naufragare, seppe solo mantenersi così tranquillo da infondere coraggio a tutta la gente che si trovava a bordo e che presto si trovò fuori pericolo. Né le preghiere della madre, né le lacrime delle sorelle, né la bru­talità dei fratelli e i lunghi mesi di cattività nel castello paterno poteron smuovere la sua volontà d’acciaio che aveva già liberamente scelto l’ideale del nuovo Ordine. Una fermezza con la quale Tom­maso non ha però mai offeso né danneggiato con parole od azioni nessuno. È vero che con i suoi avversari di Parigi, per difendere la verità, sapeva esprimere il suo pensiero con risolutezza, ma il suo giusto sdegno – sia a voce che per iscritto – non trascese mai la giusta misura. Per nobiltà d’animo e sentimento di forza innata, non per debolezza, si mostrava mite e comprensivo verso le ripulse e gli errori del suo ambiente. Tommaso possedeva quel che gli italiani chiamano «gentilezza»: quella maniera fine, cavalleresca, sempre pronta al bisogno e piena di attenzioni, ch’emana dall’intimo do­minio di sé e dalla fede nel bene. A questa gentilezza egli univa la «dulcedo», l’amabilità irradiante e la bontà, l’aristocratica delicatezza di Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Filippo Neri e Giovanni Bosco. I contemporanei eran soliti chiamarlo «il maestro benigno e diletto», e anche Eckehart parla con commozione del «caro San Tommaso».

Il teologo famoso, l’uomo di scienza, mostrava sincero rispetto per i piccoli e i deboli, che spesso agli occhi di Dio son così grandi e forti. È stato lui a scrivere che una vecchierella piena di fede comprende molto più delle cose divine d’un sapiente superbo senza Fede, che sa tesser magistrali sillogismi sul Primo principio delle cose (In Symb. Apost. expositio, prol.).

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Lo sviluppo spirituale di S. Tommaso non conosce i salti e le fratture improvvise della vita di un Sant’Agostino. In lui la felice costituzione psico-fisica porta fin dall’inizio il sigillo dell’unità. Bambino, crebbe come tenero e robusto virgulto nel giardino della Chiesa, senza dover mai soccombere alla terribile lotta fra lo spi­rito e il senso. Nel suo intimo regnava un’armonia che difficilmente poteva esser turbata. Testimoni degni di fede, come fra Reginaldo che fu suo confessore, attestano che mai sentì o volontariamente ammise le tentazioni della carne. Regolato in tutto, sapeva disporre la sua giornata in bell’ordine: di buon mattino celebrava il Santo Sacrificio, quindi assisteva alla Messa di un confratello, saliva infine il pulpito per predicare o la cattedra per far lezione. A tavola non mostrava preferenza alcuna pei cibi, e s’immergeva con tale intensità nei suoi problemi da non accorgersi se gli fossero stati o non serviti. Nelle ore destinate alla ricreazione lo si vedeva pas­seggiare su e giù con passi risoluti pel chiostro o pel giardino, me­ditando sempre, ma pronto anche a rispondere affabilmente ai confratelli che gli rivolgevano la parola. Il pomeriggio lo passava scrivendo o dettando; dopo la refezione della sera s’abbandonava alla contemplazione delle divine cose fino a tarda ora.

Rigido con se stesso, era con gli altri umano e ragionevole. Concedeva loro le piccole e innocenti gioie della vita, e insegnò espressamente che anche lo scherzo e lo svago hanno i loro diritti e ci son d’aiuto per sopportare le non poche sofferenze quotidiane. Così, senza tanti riguardi, scopriva l’intima ipocrisia d’un fari­seismo puritano.

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Con piena libertà scelse per sé il fiore della più sublime dona­zione a Dio nella vita verginale. Il soffio della sua purità si comu­nicava sempre più a tutta la sua persona, rivelando la mirabile imparzialità e sicurezza dell’uomo che mai ha sperimentato in sé la frattura di colpa grave. La sua raggiante purità non è però in­sensibilità: in questa egli vede anzi una stortura dell’anima e un difetto, in diretto contrasto con l’ordine della natura (IIa-IIae, 142, I). Il vero fondamento della vita verginale non è però la svalutazione del sensibile, minorazione neoplatonica, o rinnegamento stoico. Egli mette decisamente sull’avviso contro un falso rigorismo che vuol vedere nella normale vita coniugale qualcosa d’inferiore e di sconveniente. Per lui, come per l’Apostolo, la vita verginale è solo per coloro che voglion servire a Dio senza ostacoli, e dedicarsi alla con­templazione con libertà più piena e più pura (IIa-IIae, 152, I ad I).

In questa totale dedizione a Dio, Tommaso ha visto l’ideale della sua vita, ed è da qui ch’essa trae il suo incanto e la sua beltà. Il suo spirito si affissava continuamente in Dio. Non invano gli antichi pittori hanno insistito su questo tratto della sua personalità; perché per lui la teologia è «sacra doctrina», santa e santificante, che ci eleva su tutte le prospettive della natura, e con la grazia, è partecipazione all’intima vita delle tre divine Persone. Perciò San Tommaso accentua con tanta insistenza l’importanza della castità e della purezza interiore della volontà per la conoscenza di Dio. Dall’impurità, egli dice, nasce la cecità dello spirito che non si apre più alla verità delle divine cose, quindi la paralisi dell’anima incapace di operare per la sua salute, la stoltezza, l’ignavia, la du­rezza di cuore (IIa-IIae, 56, 3). Con fine osservazione psicologica, egli ha mostrato che una dedizione perfetta al divino Bene toglie sempre più forza alle inclinazioni inferiori, convogliando tutte le limitate energie del nostro essere verso il Bene supremo.

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Così in S. Tommaso i sublimi pensieri stanno in una pace fuori del tempo, al di sopra di ogni soggettività e situazione per­sonale. La verità in sé, la parola di Dio nella sua inesauribile pie­nezza qui parla, e il teologo la sorveglia in rispettosa tranquillità. Perché San Tommaso è tempra di mistico e di ricercatore ad un tempo: il suo simbolo è un sole raggiante che come rubino gli splende sul petto. Lucentissima chiarezza di pensiero e infuocata esperienza mistica son cresciute in lui in una intima organica unità, si con­giungono in un unico tratto della sua natura.

È vero che il primo passo verso Dio è attraverso la Fede, ma la Fede può apprendere il divino soltanto in maniera analogica, sotto il velo degli umani concetti. L’amore invece ci trasporta in Dio, in quanto ci unisce direttamente a Lui: Lo raggiunge in ma­niera molto più perfetta della Fede; ci trasforma in nuove crea­ture; imprime nell’anima una somiglianza crescente con la divina natura; ci comunica perciò il fondamento per una nuova e più profonda comprensione della Divinità.

S. Tommaso vede in questa esperienza del divino l’effetto del dono della Sapienza che lo Spirito Santo c’infonde assieme all’amo­re, che cresce come il più delicato fiore dell’amore; ci porta una specie di affinità e di accordo, una «connaturalità» con la Divinità; ci rende atti a vivere il sacro, a sperimentare qualcosa dei suoi misteri al di là di ogni concetto, a toccare il suo regno interiore, a gustare la sua segreta felicità.

Dio solo è stato il fine di tutta la nostalgia di Tommaso d’Aquino. Adolescente nel monastero di Montecassino, faceva spesso ai suoi maestri la domanda: «Chi è Dio?». Per tutta la vita egli non fece che riflettere sulla risposta, e la brama di giungere alla visione di Dio senza veli divenne bruciante fiamma di cui, non ancora cin­quantenne, mori consunto.

(Tratto da: Cornelio Fabro, in Profilo dei Santi)